Le tre file

Spesso, un’immagine  descrive una situazione meglio di cento parole. Fermiamoci quindi ad osservare e a meditare sul messaggio che il vignettista ci ha voluto trasmettere. Soprattutto, chiediamoci francamente  in quale fila ci metteremmo. La risposta, altrettanto franca, servirà soltanto a noi.

Ricominciare 

  • “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia, ma non quello che trova”.Una cosa è  certa: che la scelta sia dovuta ad un desiderio di cambiare e migliorare o “indotta” (e purtroppo succede ancora), il timore la fa da padrone, almeno all’inizio:  timore di sbagliare, timore di trovare un ambiente ostile, timore nel cambiare metodologie e abitudini ormai consolidate negli anni, timore di rimpiangere la situazione precedente. Non credo ci siano molte persone che vivano il cambio di lavoro in maniera disinvolta: si tratta di una fase fondamentale nella vita di una persona, uno spartiacque tra quello che era e quello che non è, né sarà più. Un cambiamento che porta più equilibrio, ma che può anche sconvolgendo in maniera devastante, se qualcosa va storto.Ai datori di lavoro chiedo: siate pazienti, ai nuovi colleghi dico: siate buoni insegnanti,  a chi decide di spiccare il salto raccomando: non fatevi paralizzare dalla paura. Siate fiduciosi e concentrati al massimo sul lavoro e non pensate ad altro.  

Oasi e paludi

“Piuttosto che lavorare in quel posto, meglio la disoccupazione.” Lo hanno denunciato i dipendenti di un centro medico elvetico…e forse tante volte lo abbiamo pensato stato pure noi. Vi sono ambiente piacevoli nei quali le ore di lavoro trascorrono velocemente anche grazie alla compattezza e alla complicità della squadra, e queste sono vere e proprie “oasi”. Ma vi sono anche le  “paludi”, ossia quei posti in cui già all’entrata senti torcerti lo stomaco e ogni ora diventa lunga come un secolo..ambienti in cui la delazione è all’ordine del giorno e il lavoro, così come il lavoratore, non sono rispettati. Può anche succedere che le condizioni di lavoro cambino, trasformando oasi in paludi, ma il pessimismo non può prevalere, e quindi mi piace pensare che una bonifica miracolosa possa, un giorno, portare acqua fresca e palme in un terreno che prima sprofondata nella melma. 

Il lato positivo

“L’ottimismo è il sale della vita “, e alla fine è  vero: cercare il lato buono in ogni situazione aiuta a sdrammatizzare la stessa e a farsi una ragione. Un esempio su tutti, almeno per chi lavora al Fronte (non solo alberghiero, s’intende) è la certezza di avere una risposta alla classica “domanda da festa comandata”: 《allora,  cosa fai a Natale/capodanno/ per le feste…》la risposta è elementare e univoca:《lavoro》. Una parola, una soluzione buona per ogni ambiente  ed occasione. Ogni commento si smorza, ogni lingua tace, seppure per poco. Chi vorrebbe sbandierare cenoni o vacanze da sogno si sente quasi in colpa è alla fine minimizza sulla sua, di festa. Eh si, il lavoro aiuta, e insaporisce la vita. Proprio come l’ottimismo.  

Buon anno a tutti coloro che lavorando nei giorni  permettono agli altri di sfamarsi, curarsi, avere sicurezza e protezione e divertirsi, e buon anno a tutti voi colleghi del Front(e)!

La recensione più bella

Mentiremmo se dicessimo che non abbiamo piacere nel leggere il nostro nome abbinato ad un’esperienza positiva dell’ospite o che non proviamo delusione quando vediamo i nostri sforzi vanificati dal trasporto (negativo) del cliente in un momento di rabbia, fra l’altro non dipendente da noi. 

Ma se mille volte la vita e le persone ci mettono alla prova, è pur vero che trovare un cliente che ti cerca per salutarti, o un altro che ti ringrazia per averlo aiutato a risolvere un  problema tecnico o burocratico costituisca un toccasana per la nostra autostima, nonché il migliore incentivo per continuare la nostra “battaglia” sul fronte quotidiano.

Il cliente che sa riconoscere i tuoi sforzi vale molto più di 5 pallini, e  se torna è perché lo hai saputo conquistare. Le competizioni su chi ottenga più recensioni non servono a chi lavora con passione: lasciamole a chi punta sull’apparire, più che sull’essere. 

L’anello debole

Nonostante negli ultimi anni molte aziende abbiano investito sull’importanza del gruppo e organizzato seminari di Team Building, pare che esistano ancora esemplari di manager insensibili al vero spirito di gruppo (quello, per intenderci, che porta persone diverse tra loro a condividere un obiettivo comune e ad impegnarsi per raggiungerlo). Ebbene, costoro sono destabilizzatori per natura, e con due tendenze principali: la prima è quella di inserire in un gruppo affiatato e con esperienze affini un elemento proveniente da una realtà differente, col risultato di rallentare lavoro e minare l’intesa stabilitasi in mesi o addirittura anni di lavoto insieme; la seconda è simile nel meccanismo, ma opposta nell’intento, e consiste nel formare un gruppo ad hoc di “soldatini” per inserire poi un elemento dal carattere forte e indipendente che mal si adatta alle regole precostituite dei favoriti. In entrambi i casi,chi agisce sa che persone divise sono più facili da comandare; “divide et impera”, nulla di più vero per chi, in un gruppo unito, vede più una minaccia che una risorsa.

La peggior tragedia

Un pensiero fisso mi accompagna in questi giorni: tra i 291 morti che il terremoto ha finora contato, una buona parte era costituita da turisti. Non riesco ad immaginare quanto tragica possa essere una situazione simile, sia per chi rimane sotto le macerie, sia per chi muore mentre svolge il proprio turno e pure per chi,magari, ha la grazia di sopravvivere per un soffio. Penso a tutto ciò che insegnano ai corsi per gestire le emergenze e a quanto, in una notte qualsiasi, mentre gli ospiti dormono e tu sbrighi le tue mansioni, tutto ciò che hai appreso sia vanificato dai muri che ti crollano addosso; penso alle storie di chi organizza il viaggio scegliendo tappe e  sistemazione, al lavoro dell’albergatore per garantire un soggiorni piacevole, a chi dovrebbe entrare in turno il mattino successivo e magari rimane sepolto/a sotto casa sua…

Di tutte le calamità naturali, il terremoto e le alluvioni mi hanno sempre spaventata di più, perché la natura non lascia scampo. Distrugge tutto e tutto si porta via. Case, vite, lavoro e ricordi. Una preghiera a chi ha perso la vita e un abbraccio a chi resta, perché continuare non è  facile. 

I furbetti della lattina

A volte credo che la soluzione migliore non stia nel mezzo,ma agli estremi.Nel mezzo,infatti,c’è solo il caos. Nel caso del minibar, ad esempio,gli estremi sono rappresentati,da un lato, un frigorifero funzionante, ma completamente vuoto,dove l’ospite è libero di mettere acqua,succhi,bibite e alcolici che egli stesso acquista;dall’altro lato, un minibar ben fornito,ma dotato di sensori così precisi che fanno scattare l’addebito automatico appena si tocca una lattina. Addirittura, alcuni hotel sembra facciano pagare a priori l’intero contenuto se si osa togliere una bottiglia d’acqua per mettervi quella comprata fuori. Esagerati? Forse,ma credo che a certe soluzioni (estreme,appunto) si arrivi dopo averne viste un bel po’…La fantasia dei furbetti è  sempre in evoluzione,tra chi beve acqua o birra dalle bottigliette e poi riempie nuovamente le stesse con acqua del rubinetto, o chi mangia lo snack e poi ripiega la carta in 3d per far pensare che sia intero. Si pensava di aver risolto il problema con le lattine,ma ecco qui il nuovo trucco: siringhetta,foro invisibile sotto l’apertura della lattina…et voilà, come ti frego l’albergatore. Una volta i vuoti erano una testimonianza inconfutabile da esibire a chi, al check out,  dichiarava innocentemente “nulla dal minibar” (in realtà lo aveva svuotato). Certo, si poteva fare (e si può ancora) solo con una solida e fitta rete di controllo immediato, ma per gli orari in cui il controllore non è fisicamente in hotel, non resta che affidarsi alla buona sorte e all’onestà del cliente. Oppure optare per l’estremo. 

Beati i sapienti

Perché di essi sarà il comando…mi si perdoni l’aver scomodato il discorso evangelico coniando una beatitudine alternativa, ma non ho mai capito quale meccanismo scatti in alcuni persone per portarle a credere di detenere la sapienza assoluta. Io sono rimasta ancorata all’esperienza come principale maestra oltre,naturalmente, all’osservazione di chi già sa lavorare bene e ai consigli degli anziani. Banalmente,continuo pure a credere che non si finisca mai d’imparare e che ogni situazione sia diversa dall’altra e come tale vada trattata.
Negli ultimi anni, tuttavia, mi sono imbattuta in diversi casi di acquisizione fulminea di segreti del mestiere,veri fenomeni che dopo un paio di mesi già ascoltano poco e faticano (molto) a seguire direttive che tu t’illudi di fornire per la loro crescita professionale. Pare quasi che i consigli siano tossici e che la presunzione sia tutta tua.
Che dire? Lasciamoli nell’illusione di sapere. Arriverà anche il giorno in cui sarà la vita ad istruirli come si deve.

Piccoli manager crescono

E’ stato un mese importante,questo febbraio,perché ha segnato una tappa importante per due colleghi con cui ho avuto la fortuna di condividere un tratto del mio percorso professionale. Due ragazzi che da subito hanno mostrato di avere la stoffa giusta,che hanno saputo farsi strada nel lavoro apprendendo,osservando e ascoltando, guadagnandosi cosi stima e rispetto. Hanno saputo far emergere le loro competenze, combinare le nozioni con l’esperienza sul campo, carpire i trucchi del mestiere e sfruttare i consigli degli esperti. Hanno coltivato e reso fertile il loro terreno ed ora raccolgono i frutti,l’uno con un ruolo dirigenziale, l’altro aprendo un’attività in proprio. Non posso che esserne felice. Questa è la gioventù  che piace.