Ricominciare 

  • “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia, ma non quello che trova”.Una cosa è  certa: che la scelta sia dovuta ad un desiderio di cambiare e migliorare o “indotta” (e purtroppo succede ancora), il timore la fa da padrone, almeno all’inizio:  timore di sbagliare, timore di trovare un ambiente ostile, timore nel cambiare metodologie e abitudini ormai consolidate negli anni, timore di rimpiangere la situazione precedente. Non credo ci siano molte persone che vivano il cambio di lavoro in maniera disinvolta: si tratta di una fase fondamentale nella vita di una persona, uno spartiacque tra quello che era e quello che non è, né sarà più. Un cambiamento che porta più equilibrio, ma che può anche sconvolgendo in maniera devastante, se qualcosa va storto.Ai datori di lavoro chiedo: siate pazienti, ai nuovi colleghi dico: siate buoni insegnanti,  a chi decide di spiccare il salto raccomando: non fatevi paralizzare dalla paura. Siate fiduciosi e concentrati al massimo sul lavoro e non pensate ad altro.  

Oasi e paludi

“Piuttosto che lavorare in quel posto, meglio la disoccupazione.” Lo hanno denunciato i dipendenti di un centro medico elvetico…e forse tante volte lo abbiamo pensato stato pure noi. Vi sono ambiente piacevoli nei quali le ore di lavoro trascorrono velocemente anche grazie alla compattezza e alla complicità della squadra, e queste sono vere e proprie “oasi”. Ma vi sono anche le  “paludi”, ossia quei posti in cui già all’entrata senti torcerti lo stomaco e ogni ora diventa lunga come un secolo..ambienti in cui la delazione è all’ordine del giorno e il lavoro, così come il lavoratore, non sono rispettati. Può anche succedere che le condizioni di lavoro cambino, trasformando oasi in paludi, ma il pessimismo non può prevalere, e quindi mi piace pensare che una bonifica miracolosa possa, un giorno, portare acqua fresca e palme in un terreno che prima sprofondata nella melma. 

Il lato positivo

“L’ottimismo è il sale della vita “, e alla fine è  vero: cercare il lato buono in ogni situazione aiuta a sdrammatizzare la stessa e a farsi una ragione. Un esempio su tutti, almeno per chi lavora al Fronte (non solo alberghiero, s’intende) è la certezza di avere una risposta alla classica “domanda da festa comandata”: 《allora,  cosa fai a Natale/capodanno/ per le feste…》la risposta è elementare e univoca:《lavoro》. Una parola, una soluzione buona per ogni ambiente  ed occasione. Ogni commento si smorza, ogni lingua tace, seppure per poco. Chi vorrebbe sbandierare cenoni o vacanze da sogno si sente quasi in colpa è alla fine minimizza sulla sua, di festa. Eh si, il lavoro aiuta, e insaporisce la vita. Proprio come l’ottimismo.  

Buon anno a tutti coloro che lavorando nei giorni  permettono agli altri di sfamarsi, curarsi, avere sicurezza e protezione e divertirsi, e buon anno a tutti voi colleghi del Front(e)!

La recensione più bella

Mentiremmo se dicessimo che non abbiamo piacere nel leggere il nostro nome abbinato ad un’esperienza positiva dell’ospite o che non proviamo delusione quando vediamo i nostri sforzi vanificati dal trasporto (negativo) del cliente in un momento di rabbia, fra l’altro non dipendente da noi. 

Ma se mille volte la vita e le persone ci mettono alla prova, è pur vero che trovare un cliente che ti cerca per salutarti, o un altro che ti ringrazia per averlo aiutato a risolvere un  problema tecnico o burocratico costituisca un toccasana per la nostra autostima, nonché il migliore incentivo per continuare la nostra “battaglia” sul fronte quotidiano.

Il cliente che sa riconoscere i tuoi sforzi vale molto più di 5 pallini, e  se torna è perché lo hai saputo conquistare. Le competizioni su chi ottenga più recensioni non servono a chi lavora con passione: lasciamole a chi punta sull’apparire, più che sull’essere. 

Sine qua non 

…Si sposa di solito con la celeberrima “conditio” e sta a rappresentare la presenza indispensabile di determinati presupposti o condizioni, in assenza dei quali una qualsiasi cosa “non s’ha da fare”. Credo che a tutti i colleghi sia capitato, almeno una volta, di avere un servizio momentaneamente non disponibile, d questo a causa di un ventaglio di ragioni (manutenzione, momentaneo blocco, mancanza di staff in alcuni orari…). Ebbene, per l’implacabile legge di Murphy,  che colpisce 365 giorni l’anno, nel momento in cui “quel ” servizio non è disponibile, tutti lo chiederanno. La piscina è in manutenzione? Ma come, sono venuto apposta per farmi una nuotata! Magari, se non ci fosse l’avviso, molti partirebbero senza neppure sapere che in hotel c’è una piscina interna. La controprova? Quando d’estate anche la piscina esterna è disponibile, ma magari è in corso un temporale, alla proposta di utilizzare quella interna ti senti rispondere:”non sapevo nemmeno che ci fosse.” Decidi di f8ssare un giorno di chiusura per il ristorante in bassa stagione? Ma come, ho scelto questo albergo per il suo ottimo ristorante! Ma se sei aperto 7/7 giorni, tutti usciranno e ti chiederanno pure consigli per un localino con atmosfera. Il facchino  è  appena andato via? Arriveranno clienti, magari walk in, con almeno 3 bagagli ciascuno e segnaleranno nella recensione:”nemmeno una persona ad aiutarci coi bagagli”. Arrabbiarsi è una battaglia persa, c’è solo da sperare che tutto funzioni, soprattutto il venerdì sera, quando scatta la fatidica programmazione degli impianti all’autodistruzione. Proprio quando nessuno può intervenire. 

L’anello debole

Nonostante negli ultimi anni molte aziende abbiano investito sull’importanza del gruppo e organizzato seminari di Team Building, pare che esistano ancora esemplari di manager insensibili al vero spirito di gruppo (quello, per intenderci, che porta persone diverse tra loro a condividere un obiettivo comune e ad impegnarsi per raggiungerlo). Ebbene, costoro sono destabilizzatori per natura, e con due tendenze principali: la prima è quella di inserire in un gruppo affiatato e con esperienze affini un elemento proveniente da una realtà differente, col risultato di rallentare lavoro e minare l’intesa stabilitasi in mesi o addirittura anni di lavoto insieme; la seconda è simile nel meccanismo, ma opposta nell’intento, e consiste nel formare un gruppo ad hoc di “soldatini” per inserire poi un elemento dal carattere forte e indipendente che mal si adatta alle regole precostituite dei favoriti. In entrambi i casi,chi agisce sa che persone divise sono più facili da comandare; “divide et impera”, nulla di più vero per chi, in un gruppo unito, vede più una minaccia che una risorsa.